Le dipendenze non sono nostre nemiche

Sono segni, messaggi provenienti dall’inconscio che ci mostrano dove abbiamo bisogno di guarigione

Perché alcune scelte apparentemente innocenti si trasformano in prigioni da cui sembra impossibile fuggire? Come può qualcosa che inizia come una fuga temporanea dal caos trascinarci in un ciclo che consuma tutto ciò che ci circonda?

Ci sono momenti in cui, di fronte al caos, siamo attratti da comportamenti che sembrano quasi inevitabili. All’inizio appaiono come piccole scorciatoie. Un drink per dimenticare la giornata difficile, una striscia di polvere per tirarsi su o un click impulsivo sui social per riempire il silenzio, un acquisto di impulso per compensare una sensazione di vuoto.

Questi sono momenti fugaci, o almeno questo è ciò in cui crediamo. Ma questi gesti, così sottili all’inizio portano con sé una complessità spaventosa. Ciò che era iniziato come un tentativo di alleviare il disagio momentaneo si evolve. Nel tempo ripetiamo queste azioni quasi automaticamente, senza renderci conto che stiamo costruendo abitudini che modellano la nostra vita.

Questo processo si svolge silenziosamente, ma inesorabilmente. Quello che una volta sembrava un rapido sollievo dall’angoscia si trasforma in un ciclo distruttivo.

Cosa succede nel frattempo?

Per molti, queste abitudini inizialmente funzionano. Forniscono una sorta di anestesia contro il dolore emotivo, un breve rifugio dal peso delle preoccupazioni quotidiane. Ma è un inganno. Invece di risolvere la fonte del disagio, lo maschera e ritorna sempre. Siamo ancora più fragili e quindi ricadiamo di nuovo in questo ciclo alimentando l’illusione di averne il controllo.

Dietro questa routine c’è qualcosa di molto più profondo e inquietante. Il vuoto. Sottile, quasi invisibile, ma è sempre lì, in bilico come un ombra. È un disagio interiore che molti cercano di Ignorare.

Questa sensazione di vuoto può avere diverse origini: una disconnessione emotiva, un trauma passato o persino una mancanza di scopo nella nostra vita.

Nel tentativo di riempirlo compiamo qualsiasi azione che ci faccia sentire qualcosa, anche solo per un attimo. La società moderna sembra progettata per alimentare questo vuoto.  Siamo costantemente circondati da stimoli che promettono di colmare i nostri vuoti emotivi. I social network ci distraggono, lo shopping ci conforta, le serie TV ci anestetizzano. Tutto questo viene venduto come soluzione, ma alla fine non fa altro che aumentare il sentimento di insoddisfazione. La cosa più intrigante e inquietante è come questo processo avviene senza che ce ne rendiamo conto.

Non ci svegliamo un giorno e decidiamo di intrappolarci in un ciclo distruttivo.

Al contrario, si forma tra le righe delle nostre scelte. È una trappola silenziosa che cattura le nostre debolezze e le trasforma in catene invisibili. Ad esempio, una persona che inizia a bere per affrontare lo stress lavorativo potrebbe non rendersi conto che, a poco a poco, l’abitudine è diventata una stampella emotiva. Oppure qualcuno che cerca conforto sui social media può, senza rendersene conto, cadere nel labirinto di confronti e conferme costanti.

Questo è il potere del circolo vizioso. Si nasconde sotto la facciata della normalità mentre erode le fondamenta delle nostre vite.

Allora, perché continuiamo a perseguire qualcosa che sappiamo essere dannoso?

La risposta spesso sta in ciò che rappresenta questo comportamento. Non cerchiamo il piacere immediato, cerchiamo il significato. È un tentativo, anche se inconscio, di colmare un vuoto, di sanare un dolore che sembra invisibile.

Ma questa ricerca ha un prezzo. Più entriamo in questo ciclo, più perdiamo il controllo. E più perdiamo il controllo più ci aggrappiamo ad esso, come se fosse l’unica ancora che ci resta.

Questo paradosso è al centro della dipendenza.

Non è solo un comportamento ripetitivo ma un riflesso dei nostri bisogni più profondi e insoddisfatti.

Rifletto:

  • Se ciò che cerchiamo è un senso di sollievo o uno scopo, perché quelle scelte non sembrano mai essere sufficienti?
  • Perché il sentimento di vuoto ritorna con maggiore forza, pretendendo dosi sempre maggiori di qualunque sia la nostra fuga?
  • È possibile interrompere questo ciclo? Oppure siamo condannati a ripetere le stesse scelte aspettandoci risultati diversi?
  • E soprattutto, perché alcune persone sembrano sfuggire a queste trappole mentre altre sprofondano sempre più in profondità?
  • È una questione di forza di volontà?
  • Oppure c’è qualcosa di più profondo, una spiegazione che va oltre l’ovvio?
  • Cosa succede quando ci rendiamo conto di essere bloccati in un ciclo dal quale non possiamo uscire?
  • E se la risposta alla fuga non fosse dove la stiamo cercando?

Avete mai avuto la sensazione che, nonostante gli sforzi, certi comportamenti sembrino fuori dal vostro  controllo? Come se una forza invisibile guidasse le vostre scelte, anche quando sapete che state andando nella direzione sbagliata.

Se guardo più in profondità, mi rendo conto che questi comportamenti non sono così semplici come sembrano. La dipendenza è molto più di una sfiga, un difetto caratteriale o di una mancanza di forza di volontà. È un disperato tentativo di sfuggire a una sofferenza interna che spesso non riusciamo a identificare. Questi comportamenti ripetitivi sono come un messaggio in codice proveniente dal nostro inconscio. un grido silenzioso che chiede equilibrio e integrazione.

Immagina che dentro di te ci sia un conflitto. Da un lato c’è la tua mente cosciente, quella parte di te che prende decisioni razionali, che sa cosa è giusto e cosa è sbagliato. Dall’altro lato c’è il tuo inconscio, un vasto territorio che non controlli, molto più potente, che influenza profondamente tutto ciò che fai.

Quando cadiamo in comportamenti di dipendenza, non stiamo semplicemente scegliendo male. Stiamo rispondendo agli impulsi provenienti da quella parte nascosta della mente, che cerca disperatamente di alleviare il disagio emotivo o riempire un vuoto esistenziale.

Questi comportamenti possono sembrare distruttivi, ma in realtà sono tentativi di affrontare il dolore che non sappiamo come affrontare altrimenti.

Penso a una persona che lavora instancabilmente, senza mai prendersi un momento per riposarsi o riflettere. In superficie, questo può sembrare solo dedizione, ma spesso è uno sforzo inconscio per evitare di affrontare sentimenti di inadeguatezza o paura di fallire. Il lavoro diventa un rifugio, un modo per sfuggire alla propria vulnerabilità.

Qualcuno che diventa dipendente da sostanze o da qualsiasi altra abitudine compulsiva spesso cerca di riconnettersi con qualcosa che sente mancare nella sua vita. È qui che le cose diventano ancora più interessanti e più inquietanti. Spesso non sappiamo nemmeno cosa stiamo cercando. Questa ricerca è guidata dall’inconscio che ci spinge in direzioni che non comprendiamo.

 Il risultato? Cerchiamo sollievo in cose che sembrano aiutarci momentaneamente, ma finiscono per imprigionarci ancora di più.

Marco (nome di fantasia), un uomo di 35 anni, padre di due figli. Non beveva mai molto, ma dopo essere stato licenziato dal lavoro che amava, iniziò a bere qualche bicchierino di whisky la sera per rilassarsi. All’inizio era un modo per dimenticare il peso della giornata, per alleviare la sensazione di fallimento, ma col tempo l’abitudine è cresciuta. Iniziò a dipendere dall’ alcol per sentirsi normale.

Ciò che Marco non capiva era che non era dell’alcol quello di cui aveva veramente bisogno. Ciò che stava cercando era qualcosa di molto più profondo, il senso di autostima che aveva perso quando era stato licenziato. Incapace di affrontare direttamente questo dolore lo mascherò con un’abitudine che sembrava aiutarlo, ma non faceva altro che peggiorare la situazione.

Allora rifletto. Quanti di noi non hanno i propri whisky, droghe, abitudini, comportamenti o distrazioni che usiamo per sfuggire a qualcosa di più grande? Che si tratti di scorrere all’infinito sui social media, di acquisti impulsivi o anche di una relazione che sappiamo essere malsana, tutti noi abbiamo i nostri rifugi deliranti. Jung ci offre un’intuizione provocatoria. Le dipendenze sono, infatti, un invito. Ci sfidano a guardarci dentro, ad affrontare le parti di noi stessi che evitiamo.

Jung  sosteneva che l’inconscio cerchi sempre l’equilibrio e, quando ignoriamo i nostri bisogni emotivi trova il modo di attirare la nostra attenzione, per quanto doloroso. Ecco perché le dipendenze sono così difficili da superare. Non sono solo abitudini e comportamenti, sono simboli di conflitti interni che non abbiamo risolto. Per uscire da questo ciclo non è sufficiente modificare il comportamento. Occorre ascoltare e osservare ciò che sta cercando di dirci. Ogni dipendenza, in sostanza, è un tentativo di alleviare la sofferenza.

Marica (nome di fantasia), una giovane donna che ha iniziato a fare uso di droghe all’età di 16 anni dopo anni di abusi emotivi da parte di sua madre. Per lei la droga non era solo una via di fuga, era un modo per mettere a tacere il dolore di non sentirsi mai amata. La dipendenza non riguarda la ricerca del piacere, ma la fuga dal dolore. Questa differenza è cruciale perché cambia completamente il modo in cui affrontiamo il problema. Se ci concentriamo solo sulla lotta al comportamento ignoriamo la ferita che si nasconde dietro ad esso ed è questa ferita che ha davvero bisogno di essere guarita. Qui arriva quindi la parte più difficile, ma anche la più importante.

  • Cosa dicono di noi le nostre abitudini?
  • Che storie raccontano?
  • Quali ferite del passato portiamo ancora dentro di noi che influenzano le nostre scelte nel presente?

Queste domande non hanno risposte facili. Richiedono il coraggio di guardarsi dentro, di affrontare parti di noi stessi che preferiremmo ignorare. Ma è in questo processo che iniziamo a comprendere il vero significato dei nostri comportamenti e cosa ancora più importante, come trasformarli.

Le dipendenze non sono nostre nemiche. Sono segni, messaggi provenienti dall’inconscio che ci mostrano dove abbiamo bisogno di guarigione.

Perché alcune ferite emotive sembrano non guarire mai? E, cosa ancora più importante, in che modo questi dolori influenzano le abitudini che controllano le nostre vite spesso senza che ce ne rendiamo conto?

Ho scoperto che la dipendenza non riguarda solo la ricerca del piacere o del sollievo immediato. È una riflessione profonda del nostro rapporto con la sofferenza, un rapporto che inizia molto prima ancora che ne siamo consapevoli.

Secondo Jung le radici di ogni dipendenza risiedono nel dolore emotivo, spesso radicato nelle nostre prime esperienze di vita. Ma come può qualcosa di così distante influenzare ciò che siamo oggi? Immagino un bambino che cresce in un ambiente in cui le sue emozioni non sono convalidate. Forse i genitori erano fisicamente presenti, ma emotivamente assenti, incapaci di offrire il sostegno necessario. Oppure, in casi più estremi, la casa era un luogo di costante critica, sfiducia o abuso. Per il bambino questo non è solo un momento difficile, è il mondo intero. Fin da piccolo impara che i suoi sentimenti non hanno spazio. Quindi, crei meccanismi per sopravvivere. Ti disconnetti dalle tue stesse emozioni. Cerchi conforto nelle distrazioni esterne o sviluppi un profondo bisogno di approvazione.

Questi modelli non scompaiono nel tempo, si seppelliscono nell’inconscio e poi riemergono nelle nostre scelte, spesso in modi di cui non ci rendiamo nemmeno conto. Cosa succede quando un adulto, plasmato da queste esperienze, affronta le sfide della vita? Potrebbe cercare conforto in abitudini che all’inizio sembrano innocue, ma che, col tempo, diventano un ciclo impossibile da interrompere.

Allora mi sono fermato a pensare perché, anche se sappiamo cosa ci fa male, continuiamo a ripetere gli stessi errori. Perché insistiamo su scelte che sembrano confortarci momentaneamente, ma che ci feriscono a lungo termine? La risposta sta nelle connessioni neurali che si formano durante questi momenti critici dell’infanzia. Il cervello umano è incredibilmente plastico nei primi anni di vita. Siamo una spugna che assorbe non solo ciò che accade intorno a noi, ma anche le emozioni che accompagnano queste esperienze. Quando queste emozioni sono di dolore, di abbandono o di inadeguatezza, lasciano un segno indelebile.

Nel corso del tempo, il cervello inizia ad associare sollievo o conforto a determinati comportamenti, anche se tali comportamenti sono distruttivi.

Gli studi da me compiuti e la mia esperienza insegnano che pratiche come i percorsi familiari sistemici, la meditazione e il cambiamento consapevole delle abitudini possono creare nuovi percorsi neurali.

Ma c’è una sfida. Per cambiare bisogna prima riconoscere di volerlo fare. E il riconoscimento richiede coraggio, poiché ci costringe a rivisitare quelle stesse ferite che ci sforziamo così tanto di ignorare.

Per quanto le dipendenze sembrino individuali, non si verificano mai nel vuoto. Siamo profondamente modellati dalle nostre interazioni sociali e dall’ambiente che ci circonda. Considero, ad esempio, la cultura moderna, che esalta il consumo e la distrazione. Social media, acquisti d’impulso, binge watching. L’alcol è socialmente accettato e il consumo di cocaina oramai fa parte del quotidiano di moltissime persone e non ci si stupisce più di tanto a relazionarci con persone che ne fanno uso.

Tutto questo è progettato per tenerci intrappolati in cicli di soddisfazione superficiale. Viviamo in una società che incoraggia la fuga, ma raramente offre gli strumenti per affrontare ciò che conta davvero. E non si tratta solo della società in generale. Penso alle persone intorno a te, la tua famiglia, gli amici, i colleghi di lavoro. Alcune di queste relazioni rafforzano le tue abitudini viziose.

Oppure hai influenzato tu stesso qualcuno a seguire un percorso che sapevi fosse dannoso?

Non è facile rispondere a queste domande, ma sono essenziali per interrompere il ciclo. Ecco un paradosso intrigante. Più cerchiamo sollievo dalla dipendenza, più cadiamo in profondità. Ciò accade perché, assecondando ripetutamente questi comportamenti, rafforziamo le stesse connessioni neurali che vogliamo superare. È come cercare di spegnere un incendio gettando altra benzina. Al momento sembra una soluzione, ma non fa altro che peggiorare il problema. Ed ecco il punto cruciale. Il vero potere della dipendenza non risiede nel comportamento in sé, ma nella promessa che offre. Promette comfort, controllo, sicurezza. Ma la resa non è mai reale. Una volta che il sollievo momentaneo passa, rimaniamo con lo stesso vuoto, o peggio, un vuoto ancora maggiore. Ma cosa succederebbe se ti dicessi che la dipendenza stessa è la chiave della guarigione? Jung sosteneva che i nostri comportamenti distruttivi fossero in realtà messaggi codificati provenienti dall’inconscio. Ci costringono a confrontarci con le parti di noi stessi che evitiamo. con le ombre che preferiamo ignorare. Quando finalmente ci fermiamo ad ascoltare questi messaggi, può accadere qualcosa di straordinario. Il comportamento di dipendenza perde il suo potere. Non perché sia stato combattuto direttamente, ma perché comprendiamo cosa rappresenta realmente.

Rifletto.

  • Cosa sta cercando di insegnarti la tua dipendenza?
  • Quale parte di te viene ignorata, soffocata, lasciata da parte?

Sono domande scomode, ma anche liberatorie. Ora mi è  chiaro che la dipendenza è più di un’abitudine. È un riflesso di chi siamo, da dove veniamo e cosa dobbiamo ancora guarire.

Credi di poter sfuggire a un ciclo che senti già parte di ciò che sei? Oppure il vero segreto per liberarsi da una dipendenza risiede in qualcosa che non avresti mai immaginato? Le dipendenze non nascono per caso e sono protette da qualcosa che spesso sfugge alla nostra percezione, l’ambiente che ci circonda, le storie che ci raccontiamo e i modelli di comportamento che seguiamo senza fare domande. Ma cosa succede quando finalmente decidiamo di affrontare questi cicli a testa alta? Nel 2014, uno studio dell’Università di Harvard ha rivelato qualcosa di inquietante. Più del 47% del nostro tempo di veglia, lo trascorriamo pensando a qualcosa di estraneo, a ciò che stiamo facendo in quel momento. Ciò significa che quasi la metà delle volte le nostre menti operano con il pilota automatico, guidate da schemi inconsci. E quando questi modelli includono dipendenze o abitudini distruttive, la situazione diventa ancora più complicata. Ora, Immaginate l’impatto di ciò su qualcuno che è già intrappolato in un circolo vizioso. Le possibilità di sfuggire a questo pilota automatico sembrano scarse ma è qui che la conoscenza ci dà una spinta. La piena consapevolezza può essere la chiave per riprendere il controllo. Gli studi da me effettuati e la mia esperienza dimostrano che praticare la consapevolezza può ridurre significativamente i comportamenti impulsivi aiutando le persone a identificare i momenti in cui la dipendenza inizia a prendere il sopravvento.

Ma fermarsi e guardarsi dentro non è sempre facile. Una delle sfide più grandi è affrontare ciò che troviamo.

Ti sei mai fermato a pensare a cosa potrebbe nascondersi dietro la tua abitudine e se invece di cercare di scappare fosse possibile trasformare questo dolore in qualcosa di nuovo.

Anna (nome di fantasia) ha 29 anni quando si rende conto che non può passare più di due ore lontana dal cellulare. Il problema non era solo la dipendenza dai social media, era ciò che rappresentava. Usava ogni click, ogni cosa simile, come un modo per sfuggire alla solitudine che stava crescendo dentro di lei. Quando alla fine ha deciso di cercare aiuto, ha scoperto che la sua compulsione proveniva da qualcosa di molto più profondo, una costante paura del rifiuto, radicata nel trauma infantile. Anna trascorse mesi in terapia prima di riuscire a capire che la sua ricerca di convalida esterna era, in realtà, il riflesso di una convalida che non si era mai data. E’ stata una pratica semplice suggerita dal terapeuta. Ogni volta che sentiva il bisogno di prendere il cellulare, avrebbe dovuto scrivere ciò che stava provando in quel momento. Nel giro di poche settimane, Anna notò uno schema. Quella che sembrava un’abitudine senza importanza era in realtà una reazione emotiva automatizzata. Riconoscere questo è stato il primo passo per rompere il ciclo. Questo ci porta a una verità essenziale. I grandi cambiamenti iniziano con piccole scelte.

Ma perché qualcosa di così semplice può essere così potente? La risposta è nel cervello. Uscendo da uno schema prestabilito, costringiamo la nostra mente a essere presente nel momento, creando nuove connessioni neurali. E queste connessioni sono la base per trasformare le abitudini. La dipendenza è un comportamento e il riflesso di qualcosa di più profondo.

Ora esplorariamo il ruolo del supporto sociale e come può fare la differenza tra fallimento e superamento. Jung diceva che la psiche umana non esiste nel vuoto. Le nostre emozioni, le nostre paure, e persino le nostre dipendenze sono modellate dalle relazioni che abbiamo o non abbiamo. E questo è più vero che mai quando parliamo di superare e cambiare le abitudini distruttive.

Un lavoro condotto su ex tossicodipendenti nel 2012.

Coloro che hanno partecipato a gruppi di sostegno avevano il 75% in più di possibilità di rimanere puliti per più di due anni rispetto a coloro che hanno provato da soli. Ma cosa offrono questi gruppi che fanno la differenza? Non è solo un supporto pratico, è il sentimento di appartenenza, di sapere che non sei solo nella tua lotta.

Vediamo la storia di Roberto (nome di fantasia), un giovane alle prese con la dipendenza dai giochi online, ha provato di tutto, bloccare le app, vendere i suoi dispositivi, Persino spostare città, ma niente ha funzionato. Fu solo quando si unì a un gruppo di supporto che qualcosa cambiò. Lì trovò persone che capivano le sue difficoltà, senza giudizio. A poco a poco, la vergogna che portava con sé cominciò a diminuire e si rese conto che la sua lotta non era solo sua. Questa connessione ha trasformato il suo percorso perché finalmente non si trovava più ad affrontare il problema da solo. Sebbene il supporto esterno sia essenziale, esiste un altro elemento altrettanto importante, l’auto compassione.

  • Quanto spesso ti incolpi per le tue dipendenze?
  • Quante volte pensi che dovresti essere più forte, più disciplinato?

Questa pretesa di sé è spesso proprio ciò che ci trattiene ancora di più. La mia esperienza mostra che le persone che praticano l’auto compassione hanno maggiori probabilità di superare abitudini distruttive.

Perché? Perché creano uno spazio sicuro dentro di sé per commettere errori e imparare. Invece di punirsi per le ricadute, usano questi momenti come opportunità di crescita. Se c’è una cosa che finora mi è diventata chiara è che la dipendenza non è un mostro invincibile. Sintomo di qualcosa di più profondo, sì, ma anche un invito alla conoscenza di sé e alla trasformazione. Piccole scelte, supporto sociale e auto compassione sono strumenti potenti che possono iniziare a cambiare tutto. E la buona notizia è che non lo si fa da soli.

La trasformazione inizia adesso e inizia da te.

Cosa faresti se scoprissi che il vero percorso per superare le tue dipendenze è esattamente nel posto in cui meno vorresti guardare?

Rifletto. Come trasformare tutto questo? Come possiamo rompere i circoli viziosi e trovare un vero percorso verso la libertà e il significato?

La dipendenza prospera grazie alla fuga. Scappiamo dalle nostre emozioni, dal disagio, dai ricordi che preferiremmo dimenticare. Ma cosa succede quando, invece di scappare decidiamo di restare? Quando scegliamo di affrontare ciò che è dentro di noi?

Carl Jung diceva che ciò a cui resisti persiste. Ciò significa che più evitiamo le nostre ombre, più esse controllano le nostre vite. La vera libertà inizia con il coraggio di guardarsi dentro. Riconoscere il dolore, la paura e il vuoto che guidano i nostri comportamenti non è debolezza ma l’atto più potente che possiamo compiere.

Rifletto. Quando è stata l’ultima volta che ti sei permesso di provare pienamente un’emozione spiacevole, senza farsi distrarre dal cellulare, senza ricorrere a qualche sollievo immediato? Per molti questa è un’esperienza rara, ma è proprio in questo spazio di presenza che inizia la trasformazione.

La prima cosa che possiamo fare per uscire da questo stato è prendere consapevolezza delle scelte che facciamo. Non si tratta della perfezione, ma di osservare senza giudizio, come avvengono i nostri comportamenti. Sperimentare. Osservare e osservare ancora e ancora.

Per un giorno osserva ogni volta che senti il bisogno di fare quell’abitudine che vuoi cambiare. Non cercare di combatterlo. Osserva e basta. Nel tempo, questa semplice pratica può rivelare schemi che non avevi mai notato prima. Ma la consapevolezza di sé non agisce da sola. Il nostro ambiente gioca un ruolo importante nel modo in cui viviamo. Se vuoi cambiare un comportamento, devi trovarti in un ambiente che faciliti quel cambiamento.

  • Ora,  se riesco a interrompere il ciclo, cosa accadrà dopo?
  • Come posso riempire il vuoto che la dipendenza lascia dietro di sé?

Questa è una domanda essenziale, perché la dipendenza non riguarda mai solo ciò che viene rimosso, ma anche ciò che viene messo al suo posto.

Il cambiamento dalla dipendenza come stile di vita inizia con la riconnessione con noi stessi, con gli altri e con il mondo che ci circonda. Questa riconnessione può assumere molte forme. Per alcuni è trovare una passione che suscita un senso di scopo, per altri sta nel rafforzare relazioni significative che sono state lasciate da parte, per molti significa semplicemente imparare a essere presenti senza dover scappare continuamente.

Forse la lezione più grande è questa: La libertà non è qualcosa di lontano. Non è un obiettivo che sarà raggiunto solo quando si sconfigge la dipendenza. È in ogni piccola scelta che fai nel presente. Ogni volta che riconosci uno schema, ogni volta che scegli un’alternativa più sana, ogni volta che scegli di essere gentile con te stesso, tutto questo è libertà in azione.

Wayne Dyer afferma: “Ogni volta che scegli se essere giusto o essere gentile scegli sempre di essere gentile”.

Ma attenzione, il viaggio non sarà lineare. Ci saranno ricadute. momenti di dubbio e giorni in cui la vecchia abitudine sembrerà più forte che mai.

Ma ricorda che il vero cambiamento non consiste nel non cadere mai, consiste nell’imparare a rialzarsi ogni volta.

Tiziano G.

5 pensieri su “Le dipendenze non sono nostre nemiche

  1. ammetto di non avere letto fino in fondo e con la dovuta attenzione… le dipendenze? Secoli fa mi sono accorta all’improvviso che per iniziare la giornata Avevo bisogno di un goccetto di alcolico: ho buttato tutto all’istante ed è finita la dipendenza anche dal pensiero del mio fallimento matrimoniale. L’analisi mi ha aiutato a capire ed accettare i voti ad arredarti senza vestizione. Però io ero venuta per ringraziarti del tuo passaggio e per augurarti dei giorni sereni in queste feste così fuori luogo💚🌿🙏

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    1. Grazie sherazade, passo sempre con piacere dal tuo blog. Scrivi contenuti “ispiranti”, mi piace. La relazione sulle dipendenze non è “solo” sulle dipendenze, è anche tanto altro. E’ frutto di un lavoro operativo e di studio fatto quest’ anno. Jung è (come te) buona fonte di ispirazione. Sei molto cara, contraccambio gli Auguri. Baci. Tz

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