
Tutto in maniera dipendente nasce, tutto in maniera dipendente muore
Parole, quante ne esistono? Le uso continuamente, parlo, penso e mentre lo faccio le uso, scrivo; ho bisogno delle parole. Dall’ avvento di internet tutti possono scrivere ed è un bene ma anche un male (?!?) anche se poi bene e male sono concetti convenzionali e sopravvalutati. Ciò che accade succede per un motivo, non per uno scopo, per un motivo.
Il 9 dicembre 1965 sono nato, almeno così pare, da una madre e da un uomo che si è fatto padre.
Ho scelto i miei genitori; da un luogo a me ignoto ho scelto la madre e il padre e sono venuto su questo mondo, in questa vita. Dopo di ché tutto ciò che è accaduto ha una sua conseguenzialità. Ogni microsecondo ne segue un altro e così via. L’ ho già scritto e ogni giorno che passa lo sento sempre più possibile. Siccome – sembra – che il tempo scorra solo in una direzione il “qui ed ora” letteralmente non esiste. Vivo producendo passato, sono produttore, creatore di passato e non vedo il futuro davanti a me, vedo il passato perché è l’unico riferimento conscio e inconscio di cui dispongo. Posso avere dei déjà-vu, concetto interessante in cui rivivo qualcosa di cui non ho memoria ma ho la sensazione sia già successo. E allora forse sto vivendo i ricordi di qualcun altro, non si sa.
Tuttavia vivere “qui ed ora” a livello sensoriale è possibile, calarsi nel momento e starci, porvi attenzione, vedere quello che sta accadendo mi da la sensazione di vivere il qui ed ora.
Il travaglio di avere dei genitori mi ha creato ferite che non ho curato nel momento in cui si sono formate, non le ho richiuse, non avevo gli strumenti per farlo e sono rimaste qui dentro me, da qualche parte.
Si dice sempre che è difficile essere genitori ma anche essere figli è difficile. I genitori svolgono il loro ruolo con gli strumenti che hanno e molto (molto) spesso creano ferite nei figli. I figli diventano donne e uomini e a loro volta genitori – non tutti – e se non hanno richiuso le loro ferite capita che ne creano a loro volta nei figli. E’ così fin dalla nascita degli esseri umani così come li conosciamo, sono “errori” che facciamo e non possiamo fare altrimenti. Compiamo errori per farli diventare lezioni, non se ne può fare a meno.
Le ferite non risolte si manifestano crescendo e lo fanno sotto forma di emozioni come rabbia, paura dell’ abbandono, il desiderio di essere visti, ri – conosciuti, svelati e ri – velati. Si manifestano come bramosia di amare e di essere amati, si manifestano come pretese e altro.
Otto anni fa è successo qualcosa, è successo un miracolo. Ho incontrato Sri Amma Bhagavan grazie a una coppia di cari amici. Ho chiesto aiuto e sono andato da loro con delle domande. Invece che risposte mi hanno fornito strumenti, mi hanno accolto, mi hanno accompagnato lungo un percorso, lo sto ancora percorrendo.
Otto anni fa ho iniziato a vedere le ferite, otto anni fa ho iniziato a leccarle, otto anni fa ho iniziato a cucirle per richiuderle. Otto anni fa ho visto le tante ferite che avevo aperte, ho iniziato a vedere come guarirle, pulirle, disinfettarle e richiuderle. E il viaggio continua nel prenderne coscienza. Otto anni fa ho scoperto che avevo (e ancora ho) una convenzione che mi hanno lasciato i miei genitori, di non essere fatto per riuscire in qualcosa di importante, di non essere adeguato. Avevo un etichetta cucita nel bavero dai miei genitori. Non è importante se realmente loro hanno operato per questo, è importante che io lo sentivo vero e lo sento vero. Ci sto lavorando ogni giorno, vedo le convenzioni, il mio senso di inadeguatezza, la mia sindrome dell’ impostore e ci sto facendo pace. Le convenzioni, familiari, sociali, culturali ecc. sono gabbie dorate; le gabbie non sono in se un problema, vedendole ho visto che possiedo anche la chiave per aprirle.
Fine 2019 inizio 2020 ho fatto la pace con mio padre (deceduto nel 1995). Ho fatto pace con mio padre dentro me. Ho visto lui verso me, mi sono calato in lui verso me e ho capito. E’ successo come un miracolo e quello che è accaduto e accade è bellissimo. Di colpo ogni ricordo che serbo di me e mio padre è leggero, lieve, fotograficamente lucido e chiaro. Sono fiero e orgoglioso di mio padre, sono fiero e orgoglioso di me verso di lui. Mio padre con gli strumenti che aveva ha fatto ciò che poteva. Io con gli strumenti che avevo sono stato il figlio che potevo.
Il 28 maggio 2026 mia madre è entrata in ospedale e non è più uscita. Quarantadue giorni. Abbiamo pulito tutto il passato, abbiamo lisciato ogni protuberanza, arrotondato tutti gli spigoli e ci siamo lasciati liberi, senza alcuna trattenuta. Mia madre ha depositato, donato, lasciato un grande carico di doni, di responsabilità, di amore. E’ deceduta il giovedì mattina alle due e quaranta. La domenica precedente andai a darle il pranzo, invece della solita ora, ora e mezza mi sono fermato fino alle quattro del pomeriggio. Ci siamo tenuti la mano e abbiamo ricordato quello che vedevamo davanti a noi, il nostro passato, lei diceva: facciamo dei revival; entrambi più o meno consapevoli che avevamo un tempo sacro e prezioso in quelle quattro ore abbiamo cavalcato i ricordi leggiadri, sereni, complici e grati. Tornai alle sei di pomeriggio a darle la cena. Parlammo poco, comunicammo di sguardi.
Ora sono il più “grande” della nostra famiglia, ho preso da mia madre il testimone. Ho preso da mio padre il testimone.
Ne sono onorato, ne sono privilegiato.
Siamo eterni e forse torniamo senza essere visti
Tiziano G.