Venticinque anni fa

5–7 minuti

Venticinque anni fa di questi tempi ho smesso, con l’alcol, con le droghe. Ho alzato bandiera bianca e ho chiesto aiuto.

Ricordo chiaramente. Sabato mattina sulle dieci, sono sul divano della sala a fumare una sigaretta. Ho un black out alcolico completo, non ricordo nulla della sera prima, sto come il porco a natale, sono nebbia, sono fumo, sono inerme, sono una merda, mi sento di merda. E’ successa una cosa, mi sono preso paura. Non la paura di morire, la paura di stare male, no, di me non mi fregava niente, non ero consapevole e nemmeno lontanamente cosciente di quello che stavo passando, mi trascinavo ogni giorno fino a sera, a notte, cercando stordimento; l’alcol è facile da reperire, da rimediare, una bottiglia di liquore al supermercato costa pochi euro, è sballo facile, è potente, distrugge tutto. E’ la cosa da fare, bere in quel momento era la cosa da fare.

Mi sono preso paura. Sono sul divano e fumo, sto di merda ma sto sobrio, cioè non ho ancora preso a bere. Vedo cosa ho fatto la notte prima, una persona me lo fa vedere, ci sono i segni sulle braccia, c’ è la mia mano stretta nel braccio, ci sono gli ematomi della stretta. Non ricordo, buio, la testa non si riesce a fissare, la mente lavora in maniera distorta ma il braccio è reale, so che sono stato io.

Paura. Ho paura di non bere e ho paura che se bevo ancora perdo tutto quello che ancora – incredibilmente – non mi sono bevuto, non ho disintegrato, un barlume di vita esiste, ancora.

Paura. Non sarà facile, ho già smesso altre droghe e ho passato astinenze dure e cattive; da eroinomane non ho mai assunto metadone, i down me li sono sempre fatti con niente, solo sudore, solo dolore, solo sofferenza. Un po’ di Valium in gocce e basta. Ho un down di eroina particolare in memoria, un momento, un esperienza che mi tengo da conto, un esperienza che non auguro ad altri, è la mia e me la conservo, mi serve, è ciò che mi ha reso “esperto”. Non la voglio dimenticare; mi ha forgiato duro un bel po’ ma non abbastanza evidentemente visto che sono di nuovo da capo con una nuova scimmia, la più pericolosa, la più destabilizzante. L’astinenza dell’ eroina è un delirio ma ho paura di un altra astinenza adesso, l’astinenza dell’ alcol. Vedo i diavoli, i diavoli dell’ inferno. Vedo il delirium tremens.

Eppure è andata. Clinica, in due mesi due volte perché al primo rientro a casa ero ancora troppo sfasato, prendevo dei psicofarmaci molto tosti ed ero completamente fuori equilibrio. Al secondo rientro in struttura assumevo ogni giorno antabuse, in questa clinica potevo uscire un paio d’ore al giorno. Vado in un negozio e compro una bottiglia di limoncello, la nascondo nel giubbotto, rientro, la bevo a canna in due sorsate. Arriva subito l’alcol ma arriva subito anche l’ antabuse e allora sono cazzi, sono cazzi da cagare. Sto malissimo, collasso, il cuore sbalina e ogni tanto si ferma. Mi rianimano in clinica, dio li benedica, sono vivo.

La mattina che esco dalla Clinica mi viene detto che alla sera stessa inizierò a frequentare un gruppo di auto aiuto, si chiama Club degli alcolisti in trattamento e ci devo andare con la mia famiglia. Ho paura, una paura spaventosa, una paura che mi blocca e mi toglie il respiro ma devo andare, devo farlo. Ho iniziato a frequentare il Club venticinque anni fa, lo frequento ancora, con un ruolo e responsabilità specifiche ma lo frequento ancora. A volte mi chiedo se non ci fossero stati i Club come sarebbe andata. Tempo perso, so com’è andata ed è andata bene.

Venticinque anni sono una vita. Sono successe cose belle e meno belle. Sono successe ricadute, toste e meno toste. Ho fatto del male a delle persone, ad alcune ho fatto molto male, alcune di queste persone non sono più su questa terra altre si. Ho commesso errori importanti e ne ho pagato il prezzo, di uno ne sto ancora pagando il prezzo, adesso. Ho fatto e creato miliardi di cose, ho reso possibile idee e progetti, molti li ho distrutti, alcuni li ho ri – creati. Come la fenice sono rinato dalle mie ceneri, si vede che devo bruciare per ripartire.

Da molti anni non brucio più, da molti anni non ho più bisogno di cadere per rialzarmi. Come ogni persona che ha avuto dipendenze da sostanze e alcol sono fragile, vulnerabile, debole. Sono la mia fragilità, sono la mia vulnerabilità, sono la mia debolezza. Convenzionalmente queste caratteristiche vengono considerate “un difetto”, per me sono solo parole. Vedo tutte le convenzioni, sociali, familiari, religiose, relazionali e le identifico come gabbie dorate. Ho la chiave della porta delle gabbie, di queste gabbie e posso starci dentro e posso uscirne fuori. Non sono importanti, non vi pongo la minima attenzione. Non sono gabbie che ho creato io, le ho trovate già fatte. Non mi servono, sono libero. A qualcuno o qualcuna le convenzioni – gabbie piacciono, fanno sentire al sicuro, creano un illusoria zona di conforto nella quale pare stare bene. Pare… A qualcuno o qualcuna piace vivere la vita che gli altri dicono di vivere, a qualcuno o qualcuna piace così.

Ho avuto due maestri nella vita che ho vissuto finora, due esclusivi maestri a cui devo tutto; sono le droghe, sono l’alcol. Vi sono grato, arreso mi pongo verso i miei due grandi maestri con devozione e rispetto. Mi hanno insegnato tutto quello che so, mi hanno insegnato quello che sono diventato. Sono stati presenti nella mia vita da che ne ho memoria. Ci sono ancora ma non vi pongo più attenzione, vi pongo gratitudine e rispetto e li lascio andare a fare del male e del bene a qualcun altro. I mei due grandi maestri mi hanno fornito la possibilità di mettermi al servizio di altre famiglie, persone, al servizio della comunità, sono “esperto” e questa esperienza è troppa, non mi serve più, la do via, la offro, la regalo, la rendo.

Ogni giorno scelgo di essere sobrio. Ogni giorno scelgo di essere vivo.

Molto spesso sono felice, molto spesso sono sereno. Non mi arrabbio, non pretendo. Non bramo. Possiedo – finché dura – una libertà purissima.

E’ tutto impermanente, liberarsi dalle dipendenze rende l’ impermanenza un qualche tipo di realtà che fa apparire i problemi, gli ostacoli, i lutti, le malattie per quelli che sono, cose di cui occuparsi ma non pre – occuparsi.

Questa realtà impermanente e preziosa è la mia. Ora.

Tiziano G.

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